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Burani e gli altri: sommersi e salvati del made in Italy IN BORSA

La lunga crisi degli ultimi due anni ha messo a dura prova molte aziende del made in Italy. E ha già fatto vittime illustri come la It Holding di Tonino Perna e le barche della Ferretti. Ogni regola è stata sovvertita: il lusso che avrebbe dovuto essere il settore meno sensibile al ciclo economico ha incassato un duro colpo. Stessa musica per le aziende della moda di fascia più bassa: il caso più clamoroso è Mariella Burani che pure aveva inventato il concetto di "lusso accessibile".
Il trait d’union delle aziende che non ce l’hanno fatta è una storia di debiti accumulati spesso con acquisizioni infelici, che hanno distratto risorse e reso più difficile tagliare i costi. Tuttavia iniziano ad arrivare i primi segnali positivi che fanno ben sperare per un risanamento dei conti e una difesa dell’occupazione. A breve, la stessa It Holding, che è in amministrazione controllata, potrebbe rinascere dalle sue ceneri. I commissari del gruppo molisano stanno raccogliendo le manifestazioni di interesse per vendere Malo, Gianfranco Ferré e Ittierre garantendo un futuro a ciascuno dei tre rami d’attività.
Il gruppo degli yacht Ferretti, che è appena stato salvato dalle banche, ha ceduto alcuni cespiti per concentrarsi su meno marchi e prodotti. Valentino Fashion Group si è divisa in tre, ha varato un aumento di capitale da 250 milioni e si è dotata di 100 milioni di linee di credito per investire sulla linea Red. Stefanel ha venduto la tedesca Halluber, entro giugno si ricapitalizzerà per altri 50 milioni e sta ristrutturando la sua rete di negozi. Safilo si appresta a lanciare un maxi aumento di capitale insieme a un nuovo socio industriale, l’olandese Hal, colosso europeo dei negozi di occhialeria. La situazione di Mariella Burani resta invece molto critica ed è legata a doppio filo alla vicenda giudiziaria. Le sorti del gruppo di Cavriago sono destinate d produrre effetti a catena anche sulla controllata Antichi Pellettieri.
Ci sono poi alcune aziende mediopiccole del made in Italy che non hanno ancora trovato il modo per superare le difficoltà. È il caso di Aeffe, quotata a 4,1 euro e che ne vale 0,46; Aicon collocata a 4,1 euro e ora sta a 0,29; Damiani in Ipo a 4 euro è scivolata a quota 1 e Poltrona Frau che ha esordito a 2,1 euro ne vale invece 0,76. Tutte società che hanno sfruttato il boom dei mercati tra la fine del 2006 e il 2007, e che valgono in alcuni casi anche meno di un decimo rispetto al prezzo di collocamento. Da questo elenco va isolata Piquadro, che è sbarcata in Piazza Affari a fine 2007 al prezzo di 2,2 euro e sul mercato vale la metà. Il gruppo che produce valigeria e borse è l’unico della sua tornata che ha mantenuto le promesse fatte in sede di collocamento, continuando a incrementare sia le vendite che i profitti a dispetto della recessione.
Invece, quest’anno anche il campione della crescita Geox ha mostrato segnali di debolezza. La società che fa capo a Mario Moretti Polegato dopo aver aumentato a doppia cifra il proprio giro d’affari tra il 2002 e il 2007, negli ultimi 18 mesi ha tirato bruscamente il freno della redditività. Non a caso il titolo che era arrivato a quadruplicare il suo valore entrando a far parte del FtseMib, è ritornato sui livelli del collocamento al dicembre 2004. In un momento in cui i consumatori si sono riposizionati su un prodotto di fascia più bassa che è il core business dell’azienda veneta, Geox non è riuscita ad approfittarne guadagnando quote di mercato. Colpa, dicono gli analisti, di uno sbilanciamento tra i pochi negozi a gestione diretta e il canale wholesale, che è quello che soffre di più nei momenti di rallentamento economico. Il 2009 è stato invece l’anno della rivincita di Tod’s, l’unica quotata del settore che è riuscita a incrementare i ricavi rispetto al 2008. Inoltre, a differenza di tutte le altre rivali italiane, il gruppo marchigiano non ha mai avuto debiti, e la sua solida posizione finanziaria è stato un altro elemento a suo favore. Per questo il gruppo che fa capo a Diego Della Valle da mesi viaggia ampiamente sopra i 40 euro dell’Ipo che risale al 2000, un altro periodo boom del lusso. Infine alcuni big come Bulgari e Luxottica usciranno rafforzati dalla crisi e si aspettano entrambi un 2010 in crescita. Nel 2009 sia il gioielliere romano, che il colosso degli occhiali, hanno razionalizzato i costi e le scorte di magazzino, compensando con la crescita dei flussi di cassa il calo dei ricavi e della redditività.
 Dopo una sfilza di Ipo non proprio azzeccate, Yoox ha riscattato però tante delle matricole classe 20062007. Il caso della società che vende articoli di lusso via Internet potrebbe essere una rondine che non fa primavera, ma c’è anche chi con un po’ di ottimismo tende a pensare che gli imprenditori e le banche d’affari da una parte, e gli investitori dall’altra, saranno più rigorosi e selettivi quando dovranno decidere le condizioni di un collocamento. Intanto, la prima del 2010 sarà Conte of Florence. L’azienda toscana di abbigliamento casual è già presente a livello internazionale e nei prossimi mesi dovrebbe essere collocata sull’Aim. Più affollata invece la lista di griffe che si prepara per il 2011. Tra queste Moncler, gruppo controllato dal fondo Carlyle che sta registrando ottimi risultati in termini di vendite e di margini. Salvatore Ferragamo, che aveva fatto marcia indietro per colpa dell’instabilità dei mercati, ha recentemente ribadito di voler sbarcare in Borsa appena possibile. Infine, anche Prada potrebbe debuttare in Borsa nel 2011. Con il gruppo guidato da Patrizio Bertelli la prudenza è d’obbligo, perché il polo del lusso ha già annunciato e annullato l’Ipo almeno quattro volte.

Sara Bennewitz

(da "Affari e Finanza" - 1 febbraio 2010)

(1-02-2010)

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