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Etici, ecologici e sostenibili così la crisi cambia i gioielli
Sono il simbolo del lusso senza limiti di zeri. Per alcuni rappresentano un acquisto "importante". Per altri, quelli molto ricchi, un investimento come le case, i quadri e le barche. Sono i gioielli. Oro, diamanti e platino. Insomma, tutto quel che luccica. Il crollo dell’economia, però, ha spinto questo segmento del mercato del lusso a ripensarsi. A prendere le distanze dai prodotti artificiali in favore di un ritorno alla natura. Ecco dunque aprirsi l’era degli "eco gioielli".
Se ne è parlato con molta attenzione anche nella recente fiera di Vicenza oro. E oggi sono molte le aziende, più o meno grandi, che promettono di realizzare gioielli "con la coscienza a posto". Michael Kowalsky, ceo di Tiffany & Co, ha fatto sapere che la celebre gioielleria è impegnata ad ottenere materiali preziosi e gemme tramite soluzioni socialmente responsabili: «E’ il nostro goal e la cosa giusta da fare. I nostri clienti se lo meritano». Tiffany certifica così un nuovo sustainable style. Non solo. La leggendaria casa americana ha mostrato in tutto il mondo fotografie delle barriere coralline ed annunciato l’impegno ufficiale a non utilizzare più coralli.
Bulgari, altro gigante del mercato del lusso, ha risposto annunciando pubblicamente di aver cessato l’acquisto di pietre preziose di provenienza birmana. L’azienda da qualche tempo richiede, a tutti i fornitori, garanzie sulla provenienza geografica delle pietre preziose per evitare i "diamanti insanguinati". Si chiamano così quei diamanti venduti per finanziare conflitti, guerre civili, violazioni dei diritti umani. Non solo. Bulgari aderisce a "Riscriviamo il Futuro", di Save the Children, un programma che vuole assicurare un’educazione ad 8 milioni di bimbi che vivono in paesi in guerra. Così in dicembre l’azienda ha organizzato un’asta a New York il cui ricavato è stato devoluto all’organizzazione umanitaria e una campagna pubblicitaria con le principali star internazionali.
Sempre nel campo dei gioielli verdi c’è il progetto della C5 (www.c5company.com). Si tratta di una realtà nata dal desiderio della sua fondatrice, Meghan Connolly Haupt, di lanciare un’industria del gioiello che oltre a corrispondere alle quattro C (cut, carat, clarity, and color) aggiunga la quinta C: "Coscienza di essere". La Connolly racconta che l’idea è nata perché, dovendo cercare un anello per il suo matrimonio, non aveva trovato nessun gioielliere in grado di rassicurarla sulla provenienza dei diamanti. Ed ora la C5 si presenta sul mercato come un rivenditore etico di gioielli in metalli riciclati e di pietre dall’origine certificata.
In Inghilterra c’è invece Cred (www.credjewellery.com) azienda pioniera nel commercio di gioielli equi e solidali. Quelli di Cred sono stati i primi rivenditori europei a produrre certificati d’oro equo e solidale e la prima boutique in High Street a vendere i gioielli esclusivamente etici. Nel 2003, poi, hanno lanciato sul mercato le prime fedi al mondo di tipo etico. Sono fedi certificate, ecologicamente e socialmente responsabili, e sono diventate il simbolo dell’azienda.
Anche in Italia però qualcosa si sta muovendo. Ecco infatti Ecojewel (www.ecojewel.it), il gioiello del cambiamento e del lusso ecosostenibile. La mission di Ecojewel, come recita il sito, è fare tendenza nel mondo del lusso, ma anche suggerire un’azione etica in favore dell’ambiente e una nuova qualità della vita fatta di sostenibilità e bellezza. «Vengo da tre generazioni di gioiellieri e conosco i sacrifici chiesti alla terra per la nostra attività — spiega Luca Ghelardi Tarducci, ideatore del brand — il rispetto delle materie prime e l’attenzione alla diversità e all’ambiente mi hanno permesso di creare il primo ecojewel. Il nostro desiderio è la ricerca di un design organico, che richiama armonie e ritmi naturali, e che dia la sensazione di aver finalmente trovato ciò che si cercava da tempo anche in un settore considerato del lusso». Si tratta di prodotti realizzati con materie preziose (oro e argento riciclati al 100% ricavati da gioielli inutilizzati e scarti di lavorazione) ed ecogem (materiale svizzero di sintesi con le stesse caratteristiche delle pietre naturali).
Non solo. Tutti i sistemi espositivi e packaging sono in carta riciclata, l’azienda non usa carta ma solo internet e le attività del gruppo sono ad impatto zero. «Le materie prime conservano le qualità metallurgiche originali e permettono trasparenza sulla provenienza — conclude Ghelardi — le nostre attività sono con certificazione Lifegate e i consumi sono calcolati e poi perfettamente compensati con la riforestazione nel Parco del Ticino e in Costa Rica».
Irene Maria Scalise
(da "Affari e Finanza" - 25 gennaio 2010)
(25-01-2010)
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